7Q5, il papiro che può cambiare tutto Stampa E-mail

INTRODUZIONE

I. Una grotta assai particolare

II. Il Vangelo di Marco

III. La questione della datazione dei vangeli

IV.Un papiro e una grotta straordinari

V. Il papiro dimenticato

VI. Antichissime copie del vangelo

VII. La grotta settima di Qumran resta ancora un mistero!


INTRODUZIONE 

Com’è possibile che un frammento di papiro grande quanto un francobollo possa veramente cambiare non solo le teorie dei biblisti, ma anche la vita di milioni e milioni di persone in tutto il mondo?

La tremenda importanza di questo piccolo pezzetto di papiro fu certamente intuita da padre José O’Callaghan, un tranquillo gesuita del Pontificio Istituto Biblico di Roma. Nel 1972, mentre stava studiando alcuni testi in greco, padre José s’imbatté per caso in un pugno di lettere greche che rappresentavano i magri resti di ciò che nel 50 d.C. doveva essere un rotolo di papiro.
Mentre con la sua lente d’ingrandimento cercava di identificare il testo biblico che poteva coincidere con quelle poche lettere, pensò a ciò che nessun biblisti avrebbe mai osato pensare ...


 

I - Una grotta assai particolare

La sigla 7Q5 indica due cose: 1. che si tratta di un frammento trovato in una delle grotte di Qumran (la settima); 2. che si trattava del quinto del set di frammenti fotografati dagli studiosi che li avevano trovati e studiati. 

Un frammento, cioè un pezzetto di papiro insieme ad altri diciotto frammenti che rappresentano il magro raccolto di una delle ultime spedizioni archeologiche a Qumran. S trovavano sparsi per terra nell'ultimo gradino di una scala - ormai quasi del tutto erosa dal tempo - che permetteva di accedere alla grotta dalla terrazza marnosa dove si trovava la famosa comunità di Qumran. Una grotta assai particolare, poiché - a differenza delle altre quattro grotte - i frammenti che vi sono stati trovati sono scritti tutti in greco.

Ma la particolarità più affascinante, è che all'interno di questa grotta - quasi interamente crollata nel sottostante wadi-Qumran (l'arido letto del torrente di Qumran) - gli archeologi riportarono alla luce i frammenti del coperchio di una giara, su cui era stata scritta con inchiostro una misteriosa parola in lettere aramaiche: RWMA. Subito si pensò che fosse il nome del proprietario della giara, che forse conteneva i rotoli di papiro di cui restano oggi solo alcuni frammenti, tra cui 7Q5.

Forse, però, questa dicitura era - più logicamente - il nome di una città: ROMA. Perché questa ipotesi è quella più logica? ...


 

II - Vangelo di Marco

Secondo le più autorevoli testimonianze dell'antichità - Clemente di Alessandria per esempio II secolo - Marco sarebbe stato scritto a Roma, su invito dei cristiani che gli avrebbero affidato il compito di redigere per iscritto la predicazione dell'apostolo Pietro. Anche numerosi studiosi moderni condividono questa ipotesi, esibendo diverse prove. Per esempio, la presenza del centurione romano sotto la croce, il quale riconosce che Gesù era veramente il figlio di Dio (Marco cap. 15, vers. 39).

Non è perciò così inverosimile l'ipotesi che una giara con la scritta "RWMA" indicasse la città o l'area da cui provenivano rotoli, tra cui il vangelo di Marco. Tra l'altro, nella grotta settima, sono stati trovati alcuni frammenti di papiro che attestano la grafia correntemente chiamata ercolanense. Ciò significa che questi frammenti - identificati da padre O'Callaghan come appartenenti a testi evangelici - furono scritti ad Ercolano. Un altro indizio a sostegno dell'ipotesi che la dicitura "RWMA" non indicava il proprietario della giara, ma la città da cui provenivano quei manoscritti.

A ciò va aggiunto, inoltre, che gli Esseni che vivevano a Qumran era particolarmente interessati ed affascinati dalla figura di un messia futuro - più di tutti gli altri ebrei del tempo - e non è perciò inverosimile che si siano informati sulla figura dell'ormai famoso Gesù, che per i cristiani suoi seguaci era appunto il Messia. E' così strana, perciò, la presenza di scritti in greco che documentano la figura e l'opera di questo presunto Messia? Strana per chi?


 

 III - La questione della datazione dei vangeli

Poprio negli anni in cui il tranquillo mono accademico era in subbuglio per le scoperte di padre O’Callaghan, nella tranquilla ed affascinante cittadina universitaria di Cambridge, il Decano del rinomato Trinity College, il vescovo anglicano John Arthur Thomas Robinson decise di intraprendere una lunga e spassionata ricerca sulla questione della datazione non solo dei quattro Vangeli, ma anche di tutto il Nuovo Testamento. 

Robinson non fu certamente uno studioso conservatore, visto che era l’esponente principale della cosiddetta Teologia cristiana liberale, fautore della tesi secondo cui anche coloro che non conoscono il Vangelo possono salvarsi. Tuttavia, proprio nel settore degli studi biblici, volle esprimere la propria posizione, nettamente contro-corrente, nel suo celebre libro Redating the New Testament.

Gli esperti datano comunemente i Vangeli agli anni 70-90 d.C., dai quaranta ai cinquant’anni dopo la morte di Yeshu. Sulla base di 7Q5, vi sarebbero fondate ragioni per pensare che, almeno per i Vangeli sinottici, la datazione classica sia da far arretrare intorno agli anni 50-70 d.C.

Robinson non basò i suoi ragionamenti su prove oggettive come 7Q5, ma su un dettagliato studio degli argomenti interni agli scritti del Nuovo Testamento. Si lasciò ispirare dalla domanda: ma è proprio vero che il contenuto dei vangeli e del nuovo testamento giustifica una datazione dei vangeli posteriore al 70 d.C.? Robinson si occupò di quei presunti riferimenti alla distruzione del Tempio nel 70 di cui abbiamo parlato, dimostrando che i quattro Vangeli furono composti tra gli anni cinquanta e sessanta d.C. Lo studioso inglese pose agli esperti alcune intelligenti domande che non possono essere facilmente eluse. 

Se il Vangelo di Luca fosse stato scritto dopo il 70 d.C., perché al cap. 21, vers. 20-21, dove leggiamo una delle profezie sulla distruzione di Gerusalemme, Yeshu avrebbe detto che quando si verificherà tale evento coloro che si trovano in Giudea fuggano ai monti, se vi è la prova che i suoi discepoli si allontanarono da Gerusalemme almeno quattro anni prima dell’inizio della Guerra giudaica, intorno al 66 d.C.? (Eusebio di Cesarea, Storia della Chiesa, III. 5.3) Perché Giovanni dice che a Gerusalemme esiste (in greco abbiamo il presente estin, e non l’imperfetto esisteva) la piscina di Bethsatha – quella che i visitatori di Gerusalemme conoscono come piscina probatica – con i suoi cinque portici (cfr. Giovanni 5,2) se secondo gli esperti il suo Vangelo fu scritto alla fine del primo secolo d.C. quando Gerusalemme e, verosimilmente, anche questo portico, furono distrutti?

Per i vescovo anglicano, dunque, i quattro vangeli risalgono ad un periodo non posteriore al 70 d.C.

Anche Robinson, come O’Callaghan e Thiede è ormai un testimone silenzioso, poiché morì nel 1983, all’epoca in cui Thiede era ancora attivo nelle ricerche riprese dal collega spagnolo padre José. E' però giunto il momento di tornare all'ipotesi del più geniale gesuita del Pontificio Istituto Biblico di Roma



IV - Un papiro ed una grotta straordinari

Le informazioni globali su 7Q5 le trovi nel primo capitolo del mio libro messo qui gratuitamente a disposizione di tutti. Qui vorrei dirvi alcune cose che forse sono un po' meno note al grande pubblico.

Anzitutto sul contenuto della settima grotta di Qumran. E' l'unica grotta delle undici esplorate tra il 1947 e il 1955 ad aver restituito unicamente frammenti di papiro scritti in greco. Nelle altre grotte è stata invece riscontrata una grande varietà sia di materiali usati per scrivere (pergamena, cuoio, papiro) sia di lingue in cui i testi sono stati redatti (ebraico, greco, aramaico, latino).

Che io sappia, è anche l'unica grotta "direttamente" collegata all'insediamento esseno. Infatti, era possibile accedervi attraverso dei gradini scavati nella roccia dello strapiombo che portava alla grotta.

Vi è poi un fatto curioso che riguarda l'attività di scavo. A differenza delle altre grotte, la settima fu esplorata solo per due o tre giorni. Ciò fu dovuto certamente alla pericolosità del sito in cui essa si trova, ma se si fosse scavato di più probabilmente si sarebbe trovato anche qualcosa di più rispetto ai diciannove frammenti di papiro. Tanto più dopo l'identificazione di padre O' Callaghan.

Insomma, sono tanti gli indizi che, sommati all'identificazione di padre O' Callaghan, ci permettono di dire che questa grotta e il suo contenuto sono assai diversi da tutte le altre. Soprattutto, se a 7Q5 si aggiunge un altro importante frammento di cui, purtroppo, si parla assai poco.


 

V - Il papiro dimenticato

Eh sì, perché nella grotta settima sono stati trovati tanti altri frammenti, ben 19. 7Q5 è solo il quinto nel set dei frammenti fotografati dagli studiosi che ne curarono poi l'edizione ufficiale.

La settima grotta ha restituito infatti anche il testo di un altro frammento di papiro. Si tratta del cosiddetto 7Q19 - il diciannovesimo nel set di frammenti - di cui resta solo l'impronta del testo che un tempo era stato scritto su un frammento di papiro ormai perduto.

Questo testo è veramente un rompicapo, non dissimile dagli antichi testi in geroglifico delle piramidi egizie, alcuni dei quali restano un mistero. Di solito questi misteriosi testi, apparentemente indecifrabili, si rivelano fondamentali per capire fatti e personaggi della storia antica, nel nostro caso le usanze di uomini e donne, ebrei e cristiani, del primo secolo.

Alcune parole di questo frammento di papiro sono ancora ben leggibili. Nella quarta riga si legge ciò che resta di una frase che aveva a che fare con la creazione – in greco tes ktiseos “della creazione” – mentre nella quinta riga leggiamo l’espressione nelle scritture – in greco en tais graphais. Anche questo frammento, com 7Q5, risale alla prima metà del primo secolo d.C.

Questo testo – ed il resto che non abbiamo riportato perché incomprensibile – non coincide con nessun brano della letteratura greca in generale, né con alcuna parte dei vangeli o del Nuovo Testamento. Tuttavia, Carsten P. Thiede ha notato alcune interessanti corrispondenze con la lettera ai Romani di Paolo (Cfr. Lettera ai Romani, cap. 1, v.2; cap. 8, v. 19.), sebbene non con la frase esatta di 7Q19.

Stranamente, però, Thiede non si è accorto che l’espressione di 7Q19 ricorre esattamente nel Vangelo di Matteo, in quei brani dove Yeshu proclama di essere proprio colui il quale gli ebrei del suo tempo attendevano (Vangelo di Matteo, cap. 21, v. 42; cap. 22, v.29; vedi anche cap. 26, v.54 e 56). Ancora più significativa la presenza della frase nelle scritture in riferimento ad Apollo che insegnava esattamente ciò che si riferiva a Gesù (Atti degli Apostoli, cap. 18, vv. 24-25.).

È però probabile che questo testo rappresenti un antichissimo appunto stilato da un cristiano che cercava di spiegare ai suoi fratelli giudei la vicenda del Messia, così com’era testimoniato nelle scritture ebraiche. Che questo frammento contenga un testo cristiano e non appartenente all’Antico Testamento greco – come i primi due frammenti della grotta settima – sarebbe confermato dalla presenza di almeno altri due frammenti di papiro contenenti brani del Nuovo Testamento: 7Q4 e soprattutto 7Q5.


 

VI - Antichissime copie del vangelo!

Se, dunque, 7Q5 è davvero un frammento appartenente al vangelo di Marco (6,52-53) e databile al 50 d.C. - e gli indizi portati nel mio libro sono davero notevoli - allora una serie di conseguenze per la datazione dei vangeli appaiono inevitabili.

Alcuni studiosi pur reagendo negativamente all'identificazione del frammento - per esempio il grande studioso tedesco Kurt Aland - hanno riconosciuto che il testo del frammento (6,52-53) è uno di quei brano che i biblisti chiamano di "transizione" tra un episodio e l'altro e perciò risalenti all'intervento del copista finale che mise insieme le tradizioni a lui pervenute dando così vita ai vangeli. 

Ciò significa che intorno al 50 d.C. esistevano già delle copie complete del vangelo di Marco e che perciò ne dovevano circolare altre - anche se meno complete - almeno dieci anni prima, ossia negli anni 40 d.C. Del resto, le testimonianze cristiane antiche documentano una presenza notevole di giudeo-cristiani a Roma durante l'impero di Claudio (41-54 d.C.) che secondo quanto riferisce l'antico scrittore Svetonio allontanò gli ebrei da Roma "impulsore Chresto", ossia a causa delle agitazioni sollevatesi nella città a causa di (seguaci di) un certo "Cristo".

Se dopo la morte e resurrezione di Gesù non trascorsero più di venti anni prima che fossero messe per iscritto le sue memorie - i vangeli - allora la percentuale di trasformazioni dei "detti e dei fatti" di Gesù riportati dagli evangelisti potrebbe essere drasticamente ridotta.

A nulla vale, perciò, il tentativo di chi vorrebbe mettere la parola fine allo studio del frammento 7Q5. Vi sono invece numerosi motivi per dire che la ricerca può proseguire, anche perché la paleografia - come tutte le scienze - può avvalersi di strumenti impensabili fino a qualche anno fa, le ricerche fatte congiuntamente a Caste Thierry ed esposte nel primo capitolo del mio libro ne sono solo una piccola dimostrazione.


 

VII - La grotta settima di Qumran resta ancora un mistero!

A questo punto, proviamo a sommare tutti gli indizi che abbiam rintracciato e di cui parlo nel libro:

1. l'iscrizione ROMA sul coperchio della giara che probabilmente conteneva i manoscritti

2. la presenza di un papiro con un testo "giudeo-cristiano"

3. il fatto che si tratta dell'unica grotta che contiene unicamente testi in greco, la lingua dei vangeli

4. la presenza di altri frammenti che padre O'Callaghan attribuisce a testi del Nuovo Testamento (per esempio 7Q4 = 1 Timoteo)

5. la presenza di un frammento scritto in grafia "ercolanense" e derivante probabilmente dall'area di Ercolano e non Palestinese 

Perciò non solo l'analisi delle lettere di 7Q5 può aiutarci a dire che quel frammento apparterrebbe al vangelo di Marco, ma anche tutti questi indizi. Nel loro insieme, essi provano che nella grotta settima sarebbero stati riposti non testi dell'antico testamento scritto in greco, ma testi del nuovo testamento scritti in greco.

La questione "grotta settima" perciò non è affatto chiusa, come qualcuno vorrebbe dare ad intendere. Lo è solo se si riduce la questione ad alcune lettere del frammento. Regola vuole invece che ogni dettaglio in esame va sempre inserito nel contesto dove esso è inserito. 7Q5 è stato trovato in una grotta assai particolare, assolutamente diversa da tutte le altre e che potrebbe veramente contenere i testi del "Messia Gesù" che probabilmente interessavano qualcuno tra gli esseni di Qumran.

 

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